3. Io non lo so

PP (Piccola Premessa): Il pezzo  l’ho costruito raccogliendo realmente le voci al bar, ho messo insieme le frasi che ho sentito e qualche riflessione mia.
E’ un pezzo che non ha una vera conclusione, così come non lo avevano i discorsi che ho sentito e perchè è difficile dire qualcosa di risolutivo sull’argomento.
La morale della favola è che poi, finito il caffè, ognuno torna alla propria vita (io per prima) in attesa delle prossime prime pagine.

L.D.

Io non lo so.

Oggi ho tempo per due pagine di giornale, seduta qui, mentre bevo il solito marocchino. Lo chiamano così per via del colore: marroncino, ma non troppo, pare fosse un colore molto in voga negli anni ’30 (*) . A Napoli lo chiamano brasiliano, tanto anche se cambia il continente, il concetto è lo stesso.

Lutto nazionale, almeno oggi i giornali non si fanno troppa guerra in prima pagina. L’alternativa che rimbalza è mettere o non mettere a caratteri cubitali le parole del Papa normale. “Vergogna!” ha tuonato, finalmente qualcuno che dice qualcosa di inequivocabile.

E io mi vergogno abbastanza, perché alla fine, di questi “marocchini” non ne so nulla. Eritrea, Somalia, non saprei indicare sulla cartina i confini degli stati africani, però mi offendo quando non sanno dov’è l’Italia. Mi è capitato in Oklahoma, si è vero stavo cenando da Hooters (unico posto con cucina aperta in orari mediterranei), ma mi è parso davvero surreale che una ragazza che vive in un paese dal nome italiano e scoperto da un italiano, non sapesse dove fosse l’Italia.

Comunque so che i somali sono più scuri dei “marocchini” e so che marocchilandia in realtà è una realtà sopranazionale che comprende tutto il nord dell’Africa fino ai paesi sauditi. Che altro so. So che quando alcuni di loro mi guardano, mi sento violata, perché mi sento scrutata come fossi un quarto di bue appeso in mostra. So che se sono in giro per Milano la sera, tiro dritta a passo lungo, nonostante gli inviti. So che non mi fido. So che ogni tanto cucino cuscus che preferisco fare in casa, perché chissà nei ristoranti che ti danno e che ogni tanto mi piace vestirmi etnica, di quale etnia no, quello non lo so.

So che non so cosa sia la guerra, perché la mia generazione non l’ha vissuta, ma l’11 di settembre, quando sola in ufficio ascoltavo la radio e leggevo nel web che eravamo in guerra, la prima cosa che ho pensato è stata di andare a prendere mio nipote, che all’epoca aveva due anni, per portarlo in Svizzera. So che se non riuscissi a nutrire mio figlio, o se ogni giorno dovessi proteggerlo dalla morte, allora me ne andrei altrove, insieme a lui, per lui, sperando in una vita di migliore.

Come risolvere la questione, questo non lo so. So però che Lampedusa è una zattera in mezzo al mare e che da sola non può salvare il mondo, ma so che Lampedusa si trova in un Paese che si chiama Italia, grande grosso modo come un gommone, di recente anche sgonfio e senza revisione. Zattera e gommone sono ancorati in un porto che si chiama Europa, e lì forse un po’ di posto si può trovare. Qui a pagina tre c’è la tedesca che ostenta la sua economia, pare le manchino parecchie braccia per far funzionare le sue macchine efficienti e forse se scendesse a pagina uno, le cose funzionerebbero meglio per molti.

So che la gente è morta e che i pescatori che hanno cercato di salvare i naufraghi sono indagati per favoreggiamento all’immigrazione. So che nel mezzo ci sono i furbi, i ladri e i disonesti, ma c’erano anche dei bambini, delle donne, c’era chi gridava “terra” con la stessa speranza con cui noi lo gridavamo a Ellis Island, in Argentina, in Australia, in Canada, e ovunque siamo andati a cercare “terra”. E so che ci sono centinaia di bocche che non grideranno più, non respireranno più.

So che parlo solo di ciò che leggo, so che a dire qualcosa in questi giorni si fa presto a cadere nella retorica e nella banalità, ma so anche che il non avere acqua nei polmoni, mi dà il dovere di dire qualcosa. So che domani non sarò una persona migliore e di questo mi vergogno, che me lo dica Francesco o no. So che mi sento inerme davanti a tanti morti, ma so che domani la mia vita continuerà lo stesso e tra sei mesi, quando tornerà la stagione degli sbarchi, leggerò ancora intristita le pagine di giornali che raccontano la storia di oggi, e dell’anno scorso e di dieci anni fa.

So che posso prendermela con il macro mondo e la micro politica, ma so che oggi mi vergogno, perché insieme ai massimi sistemi, anche io sono rimasta ferma e non ho fatto nulla per cambiare quanto meno il mio impegno nel mondo. E di questo mi vergogno.

So che il marocchino si è freddato e che ne lascerò uno pagato, sperando che venga bevuto caldo da qualcuno a cui ho fatto sentire il freddo della mia paura.

* Wiki dice: Il marocchino (anche detto vetrino nel sud italia) è una tra le tante forme di caffè servito nei bar italiani, nato ad Alessandria.Tale bevanda non è detta caffè marocchino ma semplicemente marocchino, poiché non deriva dal caffè, ma dal bicerin di Cavour. Non può infatti esser banalmente considerato un cappuccino in piccolo con aggiunta di cacao. Nacque con l’avvento delle moderne macchine per il caffè a pressione, come naturale evoluzione della storica bevanda sabauda.

Il marocchino è diffuso in tutta Italia. Non è riportato che in Marocco il caffè venga usualmente macchiato con schiuma di latte: si deve il nome di “marocchino” al colore di un tipo di pelle usata come fascia per cappelli molto in voga negli anni trenta, il Marocco, che ha appunto una colorazione marroncino chiara proprio come quella della bevanda.

 ©Laura Defendi, 2013

pubblicato l’8 ottobre 2013 su Sdiario di Barbara Garlaschelli

 

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