Tra il “Palazzaccio” e il mostro di marmo: dove la Giustizia incute paura invece che speranza
Non si decide il cielo di Milano. Piove, ma non troppo. Un tempo avrebbe avuto più coraggio e la dignità di portare un po’ di neve nell’inverno Lombardo. Ora solo polvere e una cappa grigia sopra le teste di tutti noi. Fondamentale per la sopravvivenza un caffè… che non è mai stato così sospeso.

“La giustizia non dovrebbe fare paura. Dovrebbe far sentire ‘liberi’ anche nell’espiazione della propria colpa. Dovremmo amarla e agognarla, perché la paura fa venire voglia di scappare.”
Per un “buffo caso della vita”, come amava definirli il mio ormai incenerito amico Luca, mi sono trovata a praticare nelle ultime settimane i “luoghi della giustizia” di Roma e Milano. Nessun carico pendente sulla coscienza o sulla testa, solo quell’estenuante voglia di comprendere ogni cosa e un po’ di lavoro.
E ho avuto paura.
Non di entrare in carcere, dove ormai la routine conosciuta mostra solo controsensi e smaglia sempre di più l’illusione di controllo e sicurezza. Ho avuto paura nel trovarmi sola nel dedalo di corridoi marmorei del Tribunale di Milano.
Mi sono sentita piccola e sopraffatta pur entrando da innocente e per una buona causa. Mi sono chiesta cosa può significare entrare nella pancia del “mostro di marmo” sapendo che la propria vita è appesa al piatto della bilancia della giustizia. Ho avuto paura di quella giustizia, di quelle aule in marmo nero e gabbie. Paura di quelle porte chiuse, di quelle stanze tutte uguali, piene di documenti che hanno un numero e non un nome.
Potere, forza, rigore, disciplina, probabilmente era questo quello che doveva rappresentare, in quel 1932 fascista, l’edificio ha visto i suoi natali proprio durante il ventennio. Paura e solitudine, sono state le uniche emozioni che ho provato entrandoci.
Poi ho pensato al palazzo della Corte di Cassazione di Roma che ho scoperto solo pochi giorni fa. Sono stata a Roma molte volte, ma non lo avevo mai notato, eppure è lì, affacciato sul Tevere, a due passi da Castel Sant’Angelo e con lo sguardo condiviso con il Cupolone di San Pietro.
Lo chiamano “Palazzaccio” e dal punto di vista architettonico segue i dettami dello stile umbertino e neobarocco. Opulento, certo, ma affascinante in quel tramonto che si specchiava sulla sua facciata. Sono rimasta folgorata dalla sua bellezza dorata. Eppure anche lì si decidono le sorti della vita delle persone con l’ultimo, inesorabile, sigillo. Ma ne ho avuto ammirazione.
Ed è questa la domanda che gira in testa, come il cucchiaino di questo caffè sospeso che non trova pace. La giustizia non dovrebbe fare paura. La giustizia non dovrebbe far sentire sopraffatti, ma “liberi” anche nell’espiazione della propria colpa.
Dovremmo sentire la struggente malinconia di aver perso la “Grazia e la giustizia” e dovremmo orientare il nostro vivere per restare nella luce dorata della giusta via.
Dovremmo amarla e agognarla questa benedetta Giustizia, perché la paura fa solo venire voglia di scappare, sfuggire alle sua maglie opprimenti, restare nell’ombra dell’esistenza per non farsi trovare da quella scure imponente.
Ma dove alberga questa “Giustizia”? Nei palazzi del potere, nell’opulenza dorata o nelle strade di tutti i giorni? Di certo ha smesso di soggiornare nelle carceri italiane, intrise di muffa, abbandono e disumanità, dove i numeri hanno preso il posto dei nomi e dove i conti non tornano mai.
Sì lo so, c’è troppa Utopia in questo caffè… che ci volete fare, si pensa così tanto quando ci si perde nella città senza avere una strada certa, ma avendo ben chiaro il senso in cui si vuole marciare.
Questo caffè sospeso è per le persone del G8 di Rebibbia… e non solo.



Ma che ne sa l’IA?
Interrogando l’IA ecco cosa ha saputo raccontare
Il Palazzo di Giustizia di Milano è molto più di un semplice ufficio pubblico; è un colosso architettonico che racchiude un pezzo significativo della storia italiana del Novecento.
1. Storia e Costruzione
Il palazzo è stato progettato dall’architetto Marcello Piacentini, figura centrale dell’architettura del regime fascista. I lavori iniziarono nel 1932 e si conclusero nel 1940. Prima della sua costruzione, i tribunali milanesi erano sparsi in diverse sedi meno funzionali (come il Palazzo del Capitano di Giustizia).
2. Architettura e Stile
L’edificio è un esempio emblematico di Razionalismo monumentale (o “Stile Littorio”).
- Dimensioni: Occupa un’area di circa 30.000 metri quadrati.
- Materiali: È rivestito esternamente di marmi pregiati e pietre dure (principalmente porfido e marmo di Chiampo), che gli conferiscono un aspetto austero e solenne.
- Struttura: Si sviluppa attorno a diversi cortili interni e presenta un ingresso monumentale con enormi pilastri che enfatizzano il senso di autorità e legge.
3. Il Tesoro Artistico Interno
Una cosa che molti ignorano è che il Palazzo è una vera e propria galleria d’arte. Piacentini volle che i più grandi artisti dell’epoca decorassero le aule e i corridoi per celebrare il concetto di Giustizia.
- Opere: Trovi mosaici, affreschi e sculture di nomi del calibro di Mario Sironi, Carlo Carrà, Arturo Martini e Giacomo Manzù.
- Le Frasi: Le facciate e gli interni sono costellati di citazioni in latino scritte a caratteri cubitali che richiamano i principi del diritto romano (es. Iustitia virtutum regina – “La giustizia è la regina delle virtù”).
4. Simbolo Storico e Giudiziario
Il Palazzo è stato teatro di alcuni dei processi più famosi della storia d’Italia:
- È stato il quartier generale del pool di Mani Pulite negli anni ’90.
- Ha ospitato i grandi processi per terrorismo e criminalità organizzata.
- Ancora oggi è uno dei tribunali più grandi e attivi d’Europa.
Curiosità: Nonostante la sua mole imponente, l’interno è un vero labirinto. Chi ci entra per la prima volta spesso si perde tra i suoi otto piani e i chilometri di corridoi!


